8 marzo, fu un incendio o una protesta?

Tra una delle leggende metropolitane più gettonate, abbiamo quella dell’otto di marzo, la festa delle donne, e del suo immancabile simbolo: l’acacia dealbata, meglio conosciuta come mimosa, scelta per il suo profumo dolce ed intenso e che grazie ai suoi costi leggeri permetteva quindi a tutti di poterla regalare.

cosa si dice

La più conosciuta forma di accadimento che ha dato vita a questa giornata è senza dubbio il drammatico incendio che investì le operaie di una fabbrica di camicie, dove delle donne si erano rifiutate di aderire ad uno sciopero e continuarono a lavorare fino all’incidente e da qui si diramano altre fonti che parlano di donne questa volta in sciopero per precarie condizioni economiche e sfruttamento, mischiando date e luoghi inesistenti, pescando eventi anche dal lontano 1800.

Nel mentre dell’arrivare al quid, cerchiamo trasversalmente di comprendere anche cosa accadde in questa fabbrica.

storia di un edificio

A New York,  nel 1900,  Joseph J. Asch commissiona a John Woolley di progettare un palazzo di dieci piani, in stile neorinascimentale, proprio di fronte alla Washington Square, sul suo lato orientale (un arco), tra la Greene street e Washington place che da il nome alla stessa piazza. Questo edificio, eretto un anno dopo, fu conosciuto nel quartiere di Greenwich Village con il nome di Asch Building era molto noto per il suo avanzato protocollo di sicurezza in quanto ad incendi e stuzzicava quindi il desiderio di molti imprenditori in campo tessile di affittare uno dei suoi livelli per lavorarvi, e nel 1911, l’azienda “Triangle Shirtwaist Company” di Max Blanck e Isaac Harris decise di investire occupandone gli ultimi tre, con quasi 500 impiegati al seguito.

cosa è accaduto

Questi circa 500 impiegati, di ambo i sessi ma prevalentemente donne, alcune delle quali poco più che bambine e di diverse nazionalità d’origine, si trascinavano l’esistenza in turni massacranti di anche 15 ore, a una manciata di dollari settimanale e l’azienda, già tristemente nota per il suo schiavismo e lo sciopero a oltranza di 4 mesi nel 1908 (meglio conosciuto come la marcia delle 20mila poi perso nei cassetti della memoria a causa della vicina guerra mondiale) seppur richiamata in maniera istituzionale dall’International Ladies ‘Garment Workers’ Union (unione internazionale dei lavoratori dell’abbigliamento femminile), declinò comunque l’accordo di firmare il contratto collettivo di lavoro.

Il 25 di marzo del 1911, era sabato; di pomeriggio, forse per una distrazione data dalla stanchezza o per le pile di tessuti infiammabili sparsi un po’ dappertutto e magari vicine a lampade a gas, con la complicità anche delle sigarette che allora si potevano fumare anche sul luogo di lavoro, all’ottavo piano si scatena l’inferno, mentre i proprietari che erano al decimo, mentre si preparavano affannosamente alla fuga, non aprirono le porte agli operai, segregati dagli stessi per impedire loro di fare pause troppo lunghe o peggio di rubare.

I dati ufficiali parlarono di 146 vittime, delle quali una sessantina si gettarono nel vuoto per cercare una disperata salvezza, alcune si accasciarono a terra per le inalazioni ed altre ancora rimasero schiacciate dalla potenza impazzita di centinaia di persone che correvano terrorizzate e ci fu anche chi trovò la morte sulle scale antincendio le quali, per via del troppo peso, collassarono.

I due proprietari, sebbene accusati di negligenza criminale, furono comunque assolti.

Il palazzo fu acquistato e ristrutturato dal filantropo Frederick Brown, ed oggi è conosciuto con il nome di Brown Building ed è presente nel registro nazionale dei luoghi storici nonché nominato come monumento storico nazionale.

Tre placche nell’angolo sud-est dell’edificio stanno a ricordare le persone che hanno perso la propria vita in un evento del quale non bastano le parole per descriverlo.

Per quanto strumento di sensibilizzazione nel futuro e dal quale questa triste storia ha dato una forte spallata a riconoscimenti di pari opportunità sorti in tutti gli stati uniti d’America, questa era solo una precisazione di date ed eventi e non basta a spiegare il perché dell’8 marzo.

Per farlo dobbiamo andare ad osservare, nel 1921, il 14 giugno: la seconda conferenza delle donne comuniste a Mosca.

Il trattato di Mosca fu un trattato tra la Grande Assemblea Nazionale Turca e il neo governo bolscevico di quella Russia che poi diventò sovietica. Mentre si delineavano gli articoli, donne molto coraggiose intavolarono discorsi importanti ed anche molto rischiosi, in quanto poco tempo prima la rivoluzionaria Fanni Efimovna Kaplan cercò di assassinare Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, e fu fucilata perché si rifiutò di fare i nomi dei complici.

Furono probabilmente anche i pensieri di Sylvia Pankhurst però, a contribuire lo sfondamento delle barriere dell’ignoranza: Pankhurst era un’attivista giornalista e scrittrice, con uno spiccato senso artistico, venne accusata dallo stesso Lenin di essere troppo estremista, anche se lo stesso, come si diceva in certi ambienti, rispettasse le sue idee più per invidia culturale che per ammirazione politica. Infine fu espulsa dal partito comunista inglese perché si rifiutava di dare altrui controllo del suo giornale. Grande attivista del movimento suffragio femminile, ha contribuito fino ai nostri giorni, con i suoi pensieri, al riconoscimento della pari opportunità e dell’identità di genere.

Alla fine del congresso, si ottenne la vittoria su molteplici livelli: non solo per il riconoscimento definitivo seppur pregresso del voto femminile , ma anche nuove legislazioni sul lavoro, uguali diritti in materia assicurativa in caso di malattia, il congedo di maternità retribuito di otto settimane, lo standard di salario minimo e un congedo di vacanza retribuito.

E l’approvazione della loro proposta finale: una unica data per le celebrazioni, in ricordo della manifestazione contro lo zarismo delle donne di San Pietroburgo del 1917, per ricordare quelle stragi zariste che terminarono con lo sterminio della famiglia imperiale.

Bene: quel giorno del 1917, ossia la rivoluzione spontanea di Pietrogrado (ora San Pietroburgo), avvenne il 23 febbraio, secondo il calendario giuliano vigente allora nell’impero di Russia, ma nel calendario gregoriano no.

Che giorno era?

di San Pietroburgo

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