Garante privacy interviene su Tik Tok: blocco immediato

Blocco immediato di Tik Tok dell’uso dei dati degli utenti per i quali non sia stata accertata con sicurezza l’età anagrafica.

L’intervento del Garante della privacy, incisivo e impietoso su una piattaforma che si arricchita sulla innocenza di bambini e ragazzini che si divertono, non si è fatto attendere e Tik Tok paga doppio perché era stato già avvertito precedentemente.

Non è il solito intervento all’italiana, quando ormai un fatto è accaduto.

Il Garante aveva già contestato a Tik Tok nello scorso marzo di non impiegare le tecnologie adatte per verificare l’età degli utenti, di non tutelarli adeguatamente e di non informare in maniera chiara gli stessi.

Il Garante si era quindi mosso dando un preavviso di trenta giorni, per permettere alla piattaforma di depositare le proprie memorie difensive e poter eventualmente chiedere una audizione. Purtroppo in questi trenta giorni è accaduto l’impensabile e la decisione di intervenire con il blocco degli utenti non verificati è stata una scelta dovuta. Tik Tok aveva risposto con l’offuscamento dei contenuti di profili inerenti a minori di 16 anni con la condizione di essere visibili solo per chi era nello stato di amico, aggiungendo inoltre che i video non potevano essere più scaricabili conditio sine qua non il creatore del contenuto non ne fosse consenziente.

Bambini e bambine a rischio: le cose devono cambiare

Se è vero che la maggior parte dei profili di questa piattaforma nasconde soggetti per lo più minorenni, dei quali una grande porzione è composta da quasi bambini che ogni giorno contribuiscono con i loro contenuti all’espansione di dati di questa piattaforma, non è più possibile allo stato dei fatti, non intervenire per regolarizzare il flusso senza filtri che i minori affrontano senza rendersi conto della mancanza di tutela. A loro è permesso sbagliare, a noi no.

In conclusione

La dirigenza di Bytedance che possiede Tik Tok era ed è consapevole di tutte le mancanze di tutela ma ha continuato comunque ad operare chiudendo gli occhi nel nome di un numero sempre crescente di utenti e di conseguenza di allargare il giro ed il loro business. Le possibilità o meglio gli strumenti per intervenire possono essere diversi e su molteplici livelli, dalla foto della persona con la carta di identità in mano (come ad esempio richiede Hype durante la procedura di verifica inserita nella registrazione utente) o all’analisi selettiva dei dati (come fa Youtube perché è palese che un bambino di dieci anni non vada a vedersi un documentario sulla meccanica quantistica). Quindi, evidenziati solo due degli innumerevoli esempi, tutto sommato semplici da attuare, non ci resta che constatare la effettiva decisione di adottare una strategia passiva, che ha portato peraltro l’app ad essere già in passato bannata in India e in America.

Abbiamo già visto in passato, lo scandaloso Facebook che si rivende profili e preferenze a latere, tracciamenti non autorizzati nella navigazione e sottoboschi di illegalità generalizzata. E alla fine siamo arrivati al quid: non basta più banchettare con i dati: ora si mercifica anche l’innocenza.

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