Israele+Gaza+covid-19= il mondo è in allarme

Razzi palestinesi nel cuore commerciale di Israele mentre questi continua una campagna di bombardamenti nella Striscia di Gaza e ammassa carri armati e truppe al confine, valutando se e quando attaccare.

Le autorità israeliane affermano che sette persone sono state uccise in diverse situazioni: un soldato mentre pattugliava il confine con Gaza, cinque civili tra cui due bambini e un impiegato indiano, mentre altri cinque israeliani sono stati feriti da un razzo che ha colpito giovedì un edificio a Tel Aviv.

Dal canto suo Hamas riferisce di 120 morti di cui 31 erano solo bambini.

La furia di 1750 razzi

Contro Israele una vera e propria pioggia di missili, di cui 300 sono ricaduti nella stessa Striscia di Gaza, e tanti altri sono stati intercettati dal sistema antimissilistico “Iron Dome”, sviluppato fra Israele e USA, in grado di distruggerne quasi il 90%. Sono state prese di mira anche le comunità vicino al confine con Gaza e la città desertica meridionale di Beersheba ed è chiaro che Hamas ne abbia lanciati così tanti proprio per cercare di saturare questo sistema di difesa avanzato.

Tre razzi sono stati lanciati anche dal Libano e dalla Siria, ma sono caduti nel Mar Mediterraneo e, se all’inizio poteva sembrare un’offensiva esterna, si è poi e per fortuna rivelata essere una dimostrazione di solidarietà per Gaza da parte di gruppi palestinesi in Libano.

La risposta israeliana su Gaza è stata con aerei da guerra che hanno colpito un edificio residenziale di sei piani rilevato dall’intelligence come uno dei quartier generali di Hamas e Netanyahu ha dichiarato che Israele sia riuscita a colpire un totale di quasi 1.000 obiettivi militanti nel territorio, tra cui anche i tunnel che i militanti di Hamas usano per introdursi in Israele.

Gli aerei israeliani hanno anche attaccato un quartier generale dell’intelligence di Hamas e quattro appartamenti appartenenti a comandanti anziani del gruppo, dove nelle loro case pianificavano e dirigevano attacchi contro Israele.

Le autorità israeliane affermano che negli attacchi siano stati uccisi complessivamente tra gli 80 e i 90 militanti.

L’inevitabile conseguenza di una guerra civile

Israeli security force members stand near a burning Israeli police car during clashes between Israeli police and members of the country's Arab minority in the Arab-Jewish town of Lod, Israel May 12, 2021. REUTERS/Ammar Awad

Le ostilità hanno alimentato la tensione tra gli ebrei israeliani e la minoranza araba che rappresenta il 21% della popolazione, aprendo ad un nuovo fronte di violenza per quartieri e strade: le sinagoghe ed alcune residenze israeliane sono state attaccate e date alle fiamme e di conseguenza sono scoppiati combattimenti per le strade di alcune città, spingendo il presidente israeliano ad affermare che sia partita una vera e propria guerra civile.

Gruppi ebraici e arabi hanno attaccato persone e danneggiato negozi, hotel e automobili durante la notte. A Bat Yam, a sud di Tel Aviv, dozzine di israeliani hanno picchiato e preso a calci un uomo che si pensava fosse arabo mentre giaceva a terra e una persona è stata colpita e gravemente ferita dai palestinesi nella città di Lod, dove le autorità hanno imposto il coprifuoco ed eseguito oltre 150 arresti sia nella stessa Lod che nelle città arabe nel nord di Israele.

A Tel Aviv, Yishai Levy, un famoso cantante israeliano, ha indicato una scheggia che è caduta su un marciapiede fuori da casa sua ed ha rilasciato una dichiarazione alla televisione YNet “Voglio dire ai soldati israeliani e al governo, non fermatevi finché non avete finito il lavoro”, inasprendo ancor di più, con la sua presenza mediatica, un lungo conflitto che si protrae nel tempo.

Per ora nessun “cessate il fuoco” ma la diplomazia è al lavoro

Smoke and flames rise during Israeli air strikes amid a flare-up of Israeli-Palestinian violence, in Gaza May 12, 2021. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa

Quattro giorni di combattimenti transfrontalieri non hanno mostrato segni di cedimento e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che la campagna “richiederà più tempo”, affermando che Hamas deve ricevere un forte colpo deterrente prima di qualsiasi eventuale cessate il fuoco.

Per ora gli sforzi di tregua di Egitto, Qatar e Nazioni Unite non hanno ancora dato segni di progresso evidente e nemmeno il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, attraverso la richiesta una riduzione della violenza, dicendo che voleva vedere una riduzione significativa degli attacchi missilistici e saggiamente quindi, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha affermato ai giornalisti che un incontro fra le parti sarebbe meglio farlo la prossima settimana per dare tempo alla diplomazia di ottenere una riduzione della tensione.

Il primo ministro britannico Boris Johnson ha chiesto una “riduzione urgente” della violenza e il presidente francese Emmanuel Macron ha sollecitato un “ripristino definitivo” dei negoziati israelo-palestinesi congelati da tempo.

Anche il presidente russo Vladimir Putin e il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres hanno chiesto la fine dei combattimenti, mentre lo stesso Presidente israeliano Reuven Rivlin ha chiesto la fine di “questa follia”.

La Turchia: benzina sul fuoco

“Israele stato terrorista, l’ONU agisca subito!”: senza mezzi termini l’affermazione di Erdogan, ed è proprio lui a sospingere i possibili venti di guerra verso l’esterno: “È un dovere di tutta l’umanità resistere agli attacchi di Israele contro le città palestinesi e Gerusalemme”.

E nel mentre, in Cisgiordania cominciano gli scontri

Sparatorie a Jenin, a Nablus e Tulkarm con 7 palestinesi uccisi ed altri civili israeliani uccisi, fra cui ancora bambini mentre le parti si accusano a vicenda di aver attaccato per primi e che il resto è accaduto per difesa.

Germania: attacchi alle sinagoghe e bandiere bruciate

Il cancelliere Angela Merkel ha condannato duramente l’ostilità antisemita e gli attacchi alle sinagoghe durante le proteste contro gli sviluppi in Medio Oriente. Il portavoce del governo Steffen Seibert ha afferamato a Berlino l’ovvietà, in una democrazia, che si possa scendere in piazza pacificamente per manifestare, come in questo caso, contro le politiche israeliane, avvertendo però che “Chiunque usi tali proteste per gridare il proprio odio per gli ebrei sta abusando del diritto di manifestare”aggiungendo: “La nostra democrazia non tollererà manifestazioni antisemite”.

Per la Germania quindi, chiunque attacchi le sinagoghe e danneggi i simboli ebraici mostra che non si tratta di criticare un governo, ma di aggressione e odio contro una religione e coloro che ne fanno parte. In vista dell’escalation del conflitto in Medio Oriente, negli ultimi giorni in diverse località si erano svolte manifestazioni antisemite e violenze contro le istituzioni ebraiche. Delle bandiere di Israele sono state bruciate e sono stati gridati slogan antisemiti.

Save the Children scende in campo ad alta voce

Il direttore di Save the Children’s Country per i territori palestinesi occupati, Jason Lee, ha dichiarato: “Non c’è alcuna giustificazione possibile per i bambini che vengono uccisi o feriti. Condanniamo e chiediamo la fine immediata degli attacchi e delle uccisioni indiscriminate di civili, compresi i bambini. Questa è una grave violazione dei diritti dei bambini e gli autori devono essere tenuti a rendere conto delle loro azioni e assicurati alla giustizia.

Con questo comunicato Save the Children cerca di esortare tutta la comunità internazionale a mobilitarsi con la propria influenza affinché le parti in conflitto riescano a trovare un equilibrio che fermi l’escalation.

Resa dei conti fra religioni o scelte politiche?

Sarebbe fin troppo semplice per alcuni asserire che, da uno scontro con la polizia a Gerusalemme, si sia scatenata un’escalation feroce che in realtà nascondeva l’odio fra due religioni, ma per gli addetti ai lavori il tutto è il risultato di diverse strategie politiche che non hanno tenuto conto, o meglio, che hanno tenuto conto ma marginalmente di un effetto collaterale su scala globale, fra sostenitori dei palestinesi e di quelli israeliani, perché i professionisti dell’analisi parlano di politica e non di una sommaria resa dei conti fra religioni diverse. La chiave di lettura consta quindi in un Netanyahu indebolito che cerca di riavvicinare e perché no anche fagocitare l’opposizione traendone alta visibilità politica, soprattutto dopo che il suo principale rivale, il centrista Yair Lapid, ha subito una grave battuta d’arresto nei tentativi di formare un governo; dal canto suo, la controparte Hamas, intende dimostrare al proprio popolo che la propria presenza è assolutamente necessaria per la salvaguardia dei diritti, ivi compreso quello dell’aspirazione a divenire uno stato indipendente. Probabilmente per maniera trasversale, Hamas cerca anche di comprovare all’esterno la propria forza organizzativa nonché la fermezza nelle decisioni anche più cruente.

In conclusione

E’ difficile stabilire, da ora, cosa potrà accadere nell’immediato e forse l’affermazione turca è stata quella più forte di tutte, che ha spiazzato anche quelli che si erano stupiti quando Biden diede dell’assassino a Putin.

Una raffica di proteste in Paesi dall’altra parte del mondo ha comunque dimostrato, una volta per tutte, che nessun posto è davvero lontano quando due fazioni si affrontano con missili e scontri in strada, soprattutto in momento così buio come questo che stiamo vivendo, in regime di una pandemia che è già, se vogliamo, una guerra in sé per sé.

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