Scontro fra religioni o fra culture? Nessuna delle due

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Dopo la decapitazione in Francia del professor Samuel Paty, peraltro molto amato ed apprezzato, e la successiva chiusura della moschea di Pantin, lo stesso Paese ma più in generale tutto lo scacchiere occidentale comincia a domandarsi se vi sia in corso un vero e proprio scontro fra religioni o più nello specifico, fra culture.

Lo spunto del ragionamento è offerto dall’imam Al-Azharsul (un uomo presente peraltro sull’ultima enciclica del Papa e con il quale ha firmato una dichiarazione di fratellanza) sul piano di due concetti in antitesi ma al contempo, paradossalmente, legati come un entanglement quantistico: compiere un gesto del genere non rasenta l’amore per una religione e non è di conseguenza riconducibile ad una fede, ma offendere le religioni nel nome della libertà di pensiero è un appello all’odio.

Mi ricordo l’intervista televisiva di uno dei rappresentanti islamici in Italia che raccontava come i suoi stessi figli facessero il presepe e avvertiva che la fede in realtà rasenta, in una trasposizione filosofica, una scalata in montagna: ognuno per sé sceglie il proprio sentiero, per ritrovarsi tutti insieme su di un’unica cima. Alla luce di ciò possiamo comprendere che in fondo “questi musulmani” non sono poi così diversi da noi, a parte i folli che compiono gesti terribili e dei quali se si avessero più informazioni potremmo scoprire anche che potrebbero essere stati plagiati da qualcuno che abbia interessi in una strategia di terrore che ha poco o nulla a che fare con la religione, usando gente disagiata o ragazzini che prima stavano giocando alla playstation e poi si fanno saltare nel nome di un qualcosa che forse non hanno compreso o peggio non conoscono nemmeno. Leggiamo sui giornali degli attentati, di infibulazioni e di padri che uccidono la propria figlia, che di colpa ha quella di essere nata e integrata in un contesto occidentale e di conseguenza veste all’occidentale, ma al padre bigotto non va giù la minigonna e la seppellisce con la testa volta verso La Mecca. Questa è ignoranza feroce, non religione. Ci indigniamo e abbiamo anche ragione: trasversalmente, se proprio dobbiamo dare la colpa ad una religione, allora dovremmo indignarci anche per quelli che quando passano davanti ad una chiesa si fanno il segno della croce e poi danno fuoco alla propria moglie o vanno a rubare e ammazzano i padroni di casa che li sorprendono. Cosa accadrebbe se usassimo davvero quella antonomastica, acclamata stadèra metafisica, per paragonare i nostri errori?

La chiusura della moschea è politicamente simbolica

In realtà la chiusura della moschea è un punto importante per lo stato francese che cerca di esortare gli imam con un avvertimento che li induca a vigilare in qualità di filtri su modelli di integrazione che non vadano a contaminarsi con modi di ragionare estremi, talmente borderline da allontanarsi dalla sacralità del culto e avviarsi in sentieri senza senso, utilizzando la religione come una vera e propria scusa dove ripararsi pensando di trovare consensi per le proprie malefatte, che fra i veri musulmani non solo non arrivano, ma sortiscono invece l’esatto effetto opposto, anche con le moschee aperte.

Certo è che se il governo francese o qualsiasi altro, pensa di creare un islam “statale” per cercare di tagliare i fili transnazionali scongiurando l’arrivo di persone con le più brutte intenzioni, dovrebbe prepararsi di conseguenza a fare i conti con il fattore politicizzazione di una religione, che qualsiasi essa sia, permane ad essere quello che è: solo un timido tentativo.

Cercare di ridurre una fede ad una laicità non spontanea ma scientemente pilotata, sarebbe per una porzione come tornare indietro di mille anni e per un’altra come andare avanti verso un periodo non precisato e ibrido, senza avere coscienza di come le cose possano evolversi, tenendo conto comunque che le possibili variabili che ne conseguiranno, saranno a priori contaminate da una partenza non naturale perché alla base di tutto vi è, come detto, un tentativo di allineare religione e politica le quali, non si possono sincronizzare a priori, per diversi motivi di ordine sociale, culturale, di uniformità e tante altre condizioni.

Il salafismo è il precursore del terrorismo jihadista?

Da noi in Italia, nomi e correnti differenziate di quel contesto, non sono di dominio pubblico: la stragrande maggioranza delle persone pensano che islam è unico e univoco e non lo comprendono, un po’ perché non dispongono di più informazioni ed un po’ perché non sono realmente interessate e preferiscono generalizzare, quando basterebbe però dare uno sguardo ad articoli impegnati nell’argomento per capire che come fra di noi in passato, anche “dall’altra parte” ci sono equilibri ritoccati che partono da molto lontano, una storia quindi molto simile alla nostra, con lotte intestine e fatti cruenti. Il pensiero però, per certi soggetti, non si è evoluto al passo con i tempi ma è rimasto tendenzialmente circoscritto in un limbo di preconcetti medievali che si scontrano come due pugili nell’evento “moglie e buoi dei paesi tuoi” contro globalizzazione, quando poi si apprezza “lo straniero” che segna molte reti per la propria squadra del cuore.

Il terrorismo non dimostra che l‘Islam aspiri a sostituirsi alla nostra religione

Nel modello Francia si è dimostrato che veri e propri francesi di nuova generazione, islamici di nascita, e che non si sentono integrati, trovano nella radicalizzazione un luogo dove hanno la convinzione di sentirsi più accettati, senza rendersi poi conto di entrare in un contesto che, come in tutti i contesti nuovi, un po’ per entusiasmo dell’appartenenza ed un po’ per inesperienza, non rende modo di capire già da subito come poi andrà a finire se all’interno della comunità vi sono soggetti manipolatori e senza scrupoli. E questo non vale solo per la religione. Fermo restando che non è detto che vada a finire sempre male, i tanti episodi di sangue accaduti fino ad ora e che fanno paura li andiamo a tradurre in questo modo senza comprendere che il tutto parte proprio, nella maggioranza dei casi, da noi stessi, attraverso luoghi comuni, sottintesi sapienti ed il pregiudizio che aprioristicamente sentenzia come pericoloso ciò che non si conosce, limitando di conseguenza la possibilità di integrazione verso chi invece è incline alle regole nonché socialmente collaborativo e dimostra in certi aspetti, di essere anche migliore rispetto a tanti che usano la bandiera solo per le partite di calcio.

E forse il nostro errore che consta nel pregiudizio, in una ultima analisi trova di conseguenza un pregiudizio uguale e contrario dall’altra parte, laddove poi, chi invoca la regola e poi cerca le eccezioni per sé stesso, cerca nella legge la possibilità di smussare quei fastidi che la legge non può, se ci riflettiamo bene, fare: perché la legge pone rimedio ad errori su regole ma non può determinare ad esempio il grado di fede, perché se lo facesse significherebbe che la fede è accettabile entro un certo livello e poi diventerebbe illegale. Allora i nostri santi, pregni di fede, sarebbero tutti delinquenti? Chiunque per sé dovrebbe coglierne l’illogicità.

La legge, la politica e la religione stessa, dovrebbero invece operare sinergicamente in un contesto sereno e affidabile, al fine di evitare che liberi cittadini vengano guardati come invasori e che soggetti malsani possano porre in atto azioni di terrorismo, travestiti da atti divini.

I nostri crampi mentali

La realtà è che non siamo così moderni come pensiamo di essere: usiamo smartphone, postiamo su Facebook ed altri social in voga ma molti di noi sono ancora rimasti a parlare di qualcuno che “lo sai che è gay?” o di qualcun altro che siccome è straniero lo si introduce con una frase del tipo “ma lui è bravissimo”. La realtà è che presentiamo pregiudizi non verso lo straniero ma contro quello che la nostra testa non giudica “normale”, senza appurare se il nostro concetto di normalità sia universale o semplicemente dirottato da quelle che sono le nostre dinamiche cognitive.

Al contempo, per paradosso, siamo affascinati dal diverso, con la vergogna di ammetterlo e senza nemmeno comprendere che anche noi siamo diversi per il diverso e interdetti a confrontarci per evidenti limitazioni mentali.

Lo straniero non esiste: è solo nella nostra testa

l’Italia stessa è stata fondata da una persona che veniva da lontano, quindi non autoctona. Grandi civiltà si sono sviluppate per mezzo di persone provenienti da diversi posti anche molto lontani e che mantengono ancora oggi tradizioni di altre terre, ma che al contempo si sentono parte integrante di un qualcosa che infonde loro il senso di appartenenza ad un contesto che comprende anche l’esistenza di diverse fedi religiose, dove le stesse diversità contribuiscono ad evolvere tutto il sistema comunitario.

In conclusione

Per risolvere un problema che francamente io nemmeno vedo, folli a parte da assicurare alla giustizia, se qualcuno non fosse adeguatamente sicuro e si dovesse necessariamente decidere qualcosa per “tenere buono lo straniero invasore” ma al contempo, vigliaccamente salvare la faccia con la triste formula magica “io non sono razzista, per carità, ma…”, ricordiamoci che meno di due decenni fa, molto vicino a noi sui ristoranti era affisso “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani” e che in in America eravamo ghettizzati e indicati esattamente come ora noi indichiamo chi lavora, paga le tasse e manda i figli a scuola, con l’aggravante del fatto che noi, nell’odierno, abbiamo anche ridotto in schiavitù alcuni di loro.

Quindi, tanto per cominciare, invece di decidere per qualcuno ciò che è buono per quel qualcuno, non sarebbe meglio prima chiedere proprio a quel qualcuno di cosa ha bisogno?

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