Virgilio Masini: un secolo di dedizione e amore

Attraverso la Dottoressa Alessandra Hoprich, uno dei risultati dei suoi viaggi attraverso persone e professioni che partono da molto lontano per arrivare ai giorni nostri, dimostrandoci che in tante occasioni non solo i figli ma anche i nipoti vanno a perfezionare un qualcosa creato tanto tempo fa., con la stessa dedizione e passione che contraddistinguono la generazione tutta.

Dott Virgilio Masini

Una storia di amore diventata professione appassionata

Virgilio Masini è un noto Dentista, possiede e dirige uno studio in quel di Roma; la sua, è una storia che si tramanda di generazione in generazione. Una storia di passione per la professione e continuata con dedizione e aggiornamenti continui, un professionista in grado di rimettere dunque sé stesso in discussione.
Un tantino originale ed insolito, molto preparato sugli interventi più difficili che esegue anche su richiesta di altri studi: appare come uno di famiglia, si presenta al paziente come un amico con cui fare battute scherzose indipendentemente dalle cure da effettuare o meno. Insomma: uno di noi, ma con la mano ferma.
Alcuni lo hanno chiamato nel periodo dall’inizio pandemia Covid anche solo per essere rassicurati in ogni senso e lui c’ era, con la sua voglia di scherzare e con la sua proverbiale ironia rassicurante.
Già, perché il dentista è anche il nostro referente di maggiore fiducia, non è un medico qualsiasi.


Come nasce il desiderio di diventare Dentista e cosa gli ha trasmesso, come valori, il padre, anche lui Dentista?


Il Dott Masini, sorridendo ci spiega il suo percorso:

“Quando sei figlio e nipote d’arte- mio nonno si laureò in Medicina cento anni fa, nel luglio del 1920- certe scelte sono in buona parte scritte nella storia e nella tradizione della tua famiglia.
Ricordo quando ero piccolo, i discorsi che sentivo fare a mio padre che tornava a casa e raccontava gli episodi che gli erano capitati.
O quando passavamo al suo studio e, vedendolo, nutrivo il naturale desiderio di poterlo imitare, di poter essere orgoglioso di ripercorrere un giorno i suoi passi.
La mia iscrizione alla facoltà di Medicina, una volta terminato il liceo, era cosa naturale e pianificata da tempo.
In realtà durante il corso di laurea sono stato inizialmente più attratto dalle discipline internistiche, ed in particolare dalla Cardiologia, anche se, specie negli ultimi anni di corso andavo sovente ad aiutare papà nei suoi interventi di chirurgia orale. Così nacque l’amore verso questa disciplina che tra la fine degli anni 70 e l’inizio del decennio successivo ebbe rapido incremento grazie soprattutto alla diffusione dell’ implantologia fino a pochi anni prima fieramente osteggiata e bandita dagli ambienti accademici.
Ed alla fine, la scelta di seguire le orme della tradizione familiare, fu soprattutto legato alla passione per la chirurgia orale, affascinante branca dell’odontoiatria che attualmente occupa il 90% del tempo che dedico alla mia professione.”

Mi piace molto una citazione: “Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”


Virgilio, la passione può trasformarsi in professione?

Forse la frase giusta è: “non si può essere bravi professionisti senza nutrire passione per la propria professione!”
In tutte le branche della medicina la passione indossa i panni dell’eterno studente, ruolo a cui è piacevolmente condannato chiunque eserciti questa professione, al fine di migliorarsi giorno dopo giorno .
Provo a spiegarmi con un esempio.
Poiché ho l’abitudine di fotografare gran parte dei lavori che faccio, ogni tanto mi capita di rivedere vecchi lavori che avevano suscitato in me grande soddisfazione ed ammirazione nei colleghi cui li avevo mostrati.
Ebbene, rivisti oggi con gli occhi dell’eterno studente che nel tempo ha approfondito i suoi studi ed è andato avanti, essi suscitano spesso in me critiche e considerazioni volte a pensare che avrei potuto fare meglio o diversamente.
Come dice Rita Levi Montalcini nel suo splendido libro “ Elogio dell’imperfezione “, che per inciso consiglio di leggere a tutti, ai medici in particolare, solo i folli crederanno giusto domani ciò che abbiamo creduto giusto in passato.
Questa è la perfetta sintesi del percorso di ogni medico.
E questo percorso non può essere fatto che con passione, sentendosi eterno studente.  Per questo ancora oggi frequento corsi d’aggiornamento sedendomi spesso accanto a colleghi molto più giovani di me, dai quali non mi vergogno di imparare qualcosa di nuovo e con i quali posso sdebitarmi offrendo loro la mia esperienza e coltivando tra l’altro la piacevole quanto purtroppo ingannevole illusione di avere l’età loro.
L’alternativa a questo modus vivendi è quella di scadere in una squallida routine quotidiana svuotata di ogni valore scientifico. Ecco, concludo con una frase che un medico non dovrebbe pronunciare mai davanti ad un fallimento o ad un lavoro non perfettamente riuscito perché rappresenta la negazione del progresso scientifico :” Strano che non sia andata bene, abbiamo fatto sempre fatto così! “.


Come hanno reagito i pazienti in questo brutto periodo di pandemia?

Quando penso a tutte quelle persone, e sono tantissime soprattutto in Italia, che vivono di turismo e di ristorazione, mi rendo conto di essere una persona fortunata.
L’incubo per me è durato i primi due mesi di lockdown, marzo ed aprile 2020. Da maggio la nostra vita professionale, pur se piena di attenzioni igieniche ingigantite, è tornata gradualmente alla normalità. Naturalmente, soprattutto le persone anziane hanno rimandato le cure differibili ed hanno mostrato maggior timore nel tornare a frequentare lo studio. Alcune persone mi chiedono di esser ricevute scegliendo il primo appuntamento al fine di evitare il più possibile contatti con altri pazienti, altri mi chiedono di fare più cure possibili in una sola seduta per venire il meno possibile in studio. Io stesso chiedo ai pazienti di venire da soli, senza essere accompagnati e, quando magari per un intervento chirurgico importante è necessario che qualcuno li accompagni, chiedo all’accompagnatore di lasciare lo studio e tornare a fine intervento. Naturalmente la paura nei pazienti c’è, in alcuni di più ed in altri di meno, ma col passare del tempo notando la nostra attenzione sempre più accurata nelle manovre di disinfezione dello studio, riacquistano fiducia e voglia di tornare ad una vita normale, fatta di cose piacevoli, tra le quali possiamo annoverare, perché no, il gusto e l’orgoglio di mostrare il proprio sorriso e di vivere momenti conviviali dove esercitare la capacità masticatoria dei propri denti, sorridere, tornare a sentirsi a proprio agio con un sorriso bello sano ed accattivante.

Quanto conta la fiducia verso il proprio Dentista a cui affidiamo la nostra bocca?

La fiducia nel rapporto medico-paziente è tutto.
Il paziente affida la propria salute ad una persona che epidermicamente gli ispira fiducia, senza avere, nella maggior parte dei casi, i mezzi tecnico-culturali per valutarne le reali capacità.
È una fiducia, per così dire, a scatola chiusa. E quando questa, a torto o a ragione, dovesse venire a mancare, si realizza un’estrema delusione nel paziente che si sente tradito ed ingannato. Per questo il medico deve fare di tutto affinché ciò non accada e deve mettere a servizio del paziente non solo la sua professionalità, ma anche e soprattutto la propria umanità e capacità di comprensione nei confronti del paziente, in particolare modo nei momenti, che naturalmente possono capitare, di difficoltà o nei quali si verifica qualche imprevisto.

Quanto percepisci dai pazienti il desiderio di tutti di tornare presto alla vita di sempre?

Durante il corso di laurea in Medicina, il docente di Clinica Psichiatrica nella lezione inaugurale, disse queste parole che mi sono rimaste impresse: “Le due figure professionali metodologicamente più distanti tra loro sono il chirurgo e lo psichiatra: il primo non sarà mai un bravo professionista se comparteciperà alle ansie del paziente, il secondo invece deve obbligatoriamente farlo se vuole essere un bravo terapeuta”.
Ecco, questa cosa è assolutamente vera, con l’eccezione del dentista che, pur praticando una specialità prettamente chirurgica, deve assolutamente essere oltre che chirurgo anche il confidente del paziente per meglio esplorarne la psicologia. Il dentista opera in una regione del corpo umano di particolare valenza e che coniuga necessità di terapie chirurgiche e raffinato approccio psicologico.
Sappiamo tutti quanto la bocca ed il sorriso siano la porta verso l’esterno della propria personalità e del proprio apparire al mondo e quanta insicurezza e riduzione dell’autostima può celare un sorriso non curato.
Molti pazienti, quando si recano presso il mio studio dopo anni di incuria esordiscono con la stessa frase prima di aprire la bocca :” Non si spaventi, dottore!”
In realtà sono loro che si sono spaventati prendendo finalmente coscienza del disastro che hanno.
E tu devi in ogni modo tranquillizzarli spiegando bene la situazione senza sottostimare la complessità né esagerare i rischi, ma proponendo un piano terapeutico chiaro in cui sono ben spiegati le problematiche, le insidie ma anche le possibilità di cura.
Questo è il primo atto terapeutico che, se efficacemente comunicato, metterà il paziente sulla strada giusta per iniziare il proprio percorso di cure.
Quanto al Covid, va sottolineato il fatto che da quando è iniziata questa pandemia, pare che tutte le altre patologie siano scomparse per far posto a questo virus serial killer quasi infallibile.
Alla fine prendersi cura del proprio sorriso vuol dire anche aver sconfitto almeno psicologicamente questa maledetta pandemia, volgendo la propria attenzione a patologie meno gravi e la cui cura alla fine porta risultati assai gratificanti, espressione della nostra voglia di tornare a vivere normalmente. E perché no, anche meglio di prima.

Quindi sono convinto che già solo il tornare a trovare il proprio Dentista significhi desiderio di tornare alla normalità per tutti. Molti hanno ripreso a farlo e mi auguro di avere molte nuove visite, anche solo per un saluto: significa che si torna di nuovo a vivere!

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